di Teodoro Buontempo
Silvio Berlusconi, che è intervenuto ieri, ha parlato più da leader di Forza Italia; oggi è intervenuto Fini, dicendo le stesse cose che avrebbe detto ad un congresso di An.Nessuno dei due, però, ha spiegato perché hanno sciolto i rispettivi partiti, né illustrato qual è il programma e il valore identitario del Pdl.Si conferma, pertanto, che si è trattato di una fusione a freddo tra gli stati generali dei due partiti, gettando nello sconcerto i rispettivi elettorati di riferimento.
I giovani non vedo cosa abbiano potuto trovare in comune negli interventi dei due leader, avendo loro prospettato due “italie” diverse: l’uno, Berlusconi: meno stato, più privatizzazioni, più liberismo, minore ruolo del Parlamento e un’Europa che guarda strategicamente agli Stati Uniti; l’altro, Fini: più stato; più sussidiarietà; più economia sociale, più autonomia dell’Europa, più laicismo nella politica.
Due leader diversi, due partiti diversi, due strategie diverse per affrontare il futuro. Ora, però, stanno insieme, in un unico partito che rischierà di implodere quando si troveranno ad affrontare i temi fondamentali nella gestione della futura azione del governo. In definitiva, la doppia identità rimane nel Pdl.
Entrambi, però si sono trovati d’accordo su una posizione: il Pdl non è un partito di destra.Questa situazione rafforza in noi il convincimento che abbiamo fatto bene a fondare il partito La Destra, per ridare un’identità e una patria a quegli italiani che volevano, con il loro sostegno, dare vita a una seconda repubblica e che si sono ritrovati invece un partito, il Pdl appunto, che rappresenta, in tutti i sensi, la continuità della Prima Repubblica.
Silvio Berlusconi, che è intervenuto ieri, ha parlato più da leader di Forza Italia; oggi è intervenuto Fini, dicendo le stesse cose che avrebbe detto ad un congresso di An.Nessuno dei due, però, ha spiegato perché hanno sciolto i rispettivi partiti, né illustrato qual è il programma e il valore identitario del Pdl.Si conferma, pertanto, che si è trattato di una fusione a freddo tra gli stati generali dei due partiti, gettando nello sconcerto i rispettivi elettorati di riferimento.
I giovani non vedo cosa abbiano potuto trovare in comune negli interventi dei due leader, avendo loro prospettato due “italie” diverse: l’uno, Berlusconi: meno stato, più privatizzazioni, più liberismo, minore ruolo del Parlamento e un’Europa che guarda strategicamente agli Stati Uniti; l’altro, Fini: più stato; più sussidiarietà; più economia sociale, più autonomia dell’Europa, più laicismo nella politica.
Due leader diversi, due partiti diversi, due strategie diverse per affrontare il futuro. Ora, però, stanno insieme, in un unico partito che rischierà di implodere quando si troveranno ad affrontare i temi fondamentali nella gestione della futura azione del governo. In definitiva, la doppia identità rimane nel Pdl.
Entrambi, però si sono trovati d’accordo su una posizione: il Pdl non è un partito di destra.Questa situazione rafforza in noi il convincimento che abbiamo fatto bene a fondare il partito La Destra, per ridare un’identità e una patria a quegli italiani che volevano, con il loro sostegno, dare vita a una seconda repubblica e che si sono ritrovati invece un partito, il Pdl appunto, che rappresenta, in tutti i sensi, la continuità della Prima Repubblica.
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