
Tre giorni tra le montagne d’Abruzzo in pieno luglio farebbero piacere a molti che sperano nell’altitudine e nel clima temperato per sfuggire le temperature di “fuoco” di questa ultime settimane. Ma lassù, a Rocca di Mezzo, la calura era molto elevata. Temperatura ai limiti dei 32 gradi. Nulla da invidiare con il mare e la pianura. Ma alla fine la canicola estiva si sopporta grazie ad un condizionatore o a un semplice ventilatore. Quel che non avevo previsto era la “fornace” di questo primo campo di Gioventù Italiana alimenta dal “fuoco sacro” della passione.
Sono passati molti anni da quando partecipai al mio ultimo “campo” di una organizzazione giovanile di partito. Era il 1989 se non ricordo male, a Siracusa. In quell’occasione ebbi la fortuna di conoscere un grande uomo: Paolo Borsellino. Erano gli anni del Fronte della Gioventù e del Movimento Sociale Italiano, anni relativamente tranquilli (anche se fu proprio in quell’anno che subii l’ennesimo attentato, stavolta era una bomba sulla porta di casa) e di ricerca del dialogo. Ad ogni costo, con l’allora sinistra comunista. Erano gli anni in cui il movimento giovanile aveva un fortissimo peso all’interno del partito, oltre ad una grande autonomia. Erano gli anni in cui fu proprio gran parte di quel Fdg che condizionò il congresso di Rimini e portò Pino Rauti alla segreteria del Msi. Fu un bene? Fu un male? Dopo tanti anni e da ex rautiano la risposta non me la sono data ancora e forse non me la darò mai. Ma quel che però mi resta impresso dentro è la forza, lo spirito di sacrificio, la volontà, la voglia, la determinazione, il crederci davvero di quello che fu il Fronte della Gioventù. Una forza che non ha eguali in altri movimenti giovanili di partito. Molti di quei protagonisti di quella stagione oggi siedono in parlamento, in Campidoglio o nei ministeri. E ne sono contento, anche se le nostre strade si sono separate anni fa. L’unico vero rammarico che ho nei loro confronti è che si sono piegati alla logica del potere e che non sono rimasti quello che erano. Quello che eravamo. Un monolite, un pugno, un fascio che si muoveva, pur nelle sue contraddizioni, pur nelle sue differenze, pur nelle sue battaglie a volte utopistiche, insieme. Tante volte abbiamo rischiato la galera solo per affermare i nostri principi, i nostri ideali, i nostri valori di libertà.
Eravamo forti, spregiudicati, forse anche arroganti nel nostro fare ed agire, ghettizzati, perseguitati, ma eravamo veri, genuini, veraci. Eravamo noi stessi, pochi. Felicemente pochi. Poi a cavallo degli anni ’90 qualcosa si ruppe in quel perfetto meccanismo. L’ingranaggio cominciò a logorarsi. E con esso gli uomini. E venne il tempo delle scelte. E venne il tempo in cui molti dimenticarono i nostri canti.
Per tre giorni, invece, ho riascoltato la destra, i giovani di destra cantare. Ad alta voce, con tutta il fiato possibile. Ho sentito urlare. Un urlo liberatorio quasi che veniva da 15 anni, forse 18, di “repressione” interna.
E’ stata una vera esplosione di forza, di gioia, di passione, di animo, di credo, di sentimento…Oggi, a 42 anni mi sono ritrovato con dei giovani che mi hanno fatto ricordare tante cose, mi hanno fatto anche versare qualche lacrima, e non me ne vergogno affatto, perché erano lacrime di gioia e di speranza. Ma hanno fatto essere giovane tra i giovani e, soprattutto, non mi hanno fatto sentire un reduce, un veterano che vive solo di ricordi. Perché ero la con loro, perché ero uno di loro. Un fratello maggiore insieme ad latri fratelli maggiori e ad un padre. Rivedere il Teodoro Buontempo degli anni in cui era uno dei miei dirigenti, una guida, anzi la guida, rivederlo a 63 anni in testa ad una fila lunghissima di giovani che si arrampicava sulla montagna senza batter ciglio (cosa che in molti abbiamo fatto ad onor del vero), beh, credetemi è stato bello.
Ma è stato bello non tanto sentirli parlare durante i dibattiti o le riunioni delle commissioni. E’ stato bello sentirli cantare di nuovo. Liberi, senza nessuno che li redarguiva. Senza nessuno che gli negava l’esistenza. Senza che nessuno li impediva di essere quello che erano. Quello che siamo e saremo sempre. Perché quel che si è non si porta solo nel cuore, quel che si è lo si mostra al mondo senza vergogna.
Hanno cantato, come facevamo noi, come facevano i nostri padri, come facevano i nostri nonni. E lo hanno fatto per tre giorni. Tre giorni... con sulla bocca i nostri canti belli.
Stefano Schiavi
1 commento:
...saluti romani ai ragazzi conosciuti a Rocca di Mezzo
NEXT STOP ORVIETO
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